lunedì 15 ottobre 2018

Lotta al bullismo

Picchia un compagno di classe, oltre la sospensione, i lavori socialmente utili con gli anziani in difficoltà per poi tornare in classe a raccontare l’esperienza

Il bullismo purtroppo è un fenomeno sempre più dilagante nelle nostre scuole, dove sempre più spesso i più deboli diventano vittime di scherzi, prese in giro e a volte vere e proprie violenze da parte di qualche ragazzo aggressivo e maleducato.
Sono sempre di più le scuole che danno il buon esempio su come dare una punizione rieducando i bulli, una tra questa è l’istituto tecnico Giuseppe Cerboni di Portoferraio, sull’isola d’Elba dove gli studenti beccati a compiere atti di bullismo non vengono solo sospesi, cosa che magari potrebbe anche fargli piacere, essendo un modo forzato attraverso cui saltare la scuole e le lezioni, ma vengono soprattutto mandati a fare lavori socialmente utili occupandosi dei più deboli, in questo caso, mandati a lavorare nella casa di riposo del paese, ad aiutare e stare tutto il giorno a disposizione degli anziani malati di Alzheimer una misura forte ma efficace, per fare veramente capire a questi ragazzi  quale sia davvero la sofferenza e rendersi utili proprio per aiutare chi sta male.

E’ una misura che, oltre che punire, insegna cos’è la gratitudine, cos’è il dolore, cosa significa aiutare chi soffre, nulla infatti è più rieducativo che stare a contatto con la sofferenza altrui.
Infatti la punizione dovrebbe avere proprio la funzione di fornire un’altra opportunità di reinserimento, e non limitarsi all’espiazione di un castigo, come invece avviene nella maggior parte dei casi e che rende le punizioni molto spesso inefficaci.
Inoltre non finisce qui, finita la punizione, i ragazzi devono tornare in classe e raccontare ai compagni la loro esperienza e quello che hanno vissuto e provato e questa misura disciplinare fino ad ora sembra avere davvero fatto passare la voglia agli ex bulli, di comportarsi male verso i compagni più deboli, infatti degli alunni coinvolti in questo provvedimento disciplinare ed educativo, nessuno di loro ha più preso una nota per cattiva condotta o atti di bullismo.

Così come riportato da iltirreno.it, la parte sicuramente più interessante di tutto il progetto sono i resoconti finali dei bulli al resto della classe.
Un ragazzo sospeso per atti di bullismo ha poi raccontato:
«Alcuni di loro non avevano più nessuno e parlavano da soli, con persone che non c’erano li ho aiutati nelle pulizie e poi li ho accompagnati a messa»
un’altra ragazza anche lei mandata ad aiutare gli anziani ricorda:
«Alcune signore hanno pregato per me perché diventassi più brava»
un terzo ragazzo confida:
«Non ho più la nonna ma tenendo compagnia ad un anziana signora è come se l’avessi di nuovo con me»
La promotrice dell’iniziativa all’istituto tecnico Giuseppe Cerboni è la pedagogista Silvia Dini, felice per il successo che questa “terapia d’urto” sta ottenendo sui ragazzi più aggressivi e fuori controllo.
Ma sugli stessi binari della scuola di Elba, sono sempre di più le scuole in tutta Italia, che affiancano alla punizione un momento di rieducazione e aiuto dei più deboli, in cui i bulli si mettono a disposizione del prossimo e di chi ha bisogno di aiuto.

fonte: iltirreno.it

giovedì 11 ottobre 2018

Educazione civica esperienziale


Questo video dal Giappone mostra un esempio particolare di formazione esperienziale.
Potrebbe essere utile anche qui in Italia, magari con lo scarico abusivo di immondizie... spazio alla creatività! ;-)

domenica 24 settembre 2017

Costruire una moto da una Citroen 2CV: una storia incredibile

Emile Leray: ingegno per della salvezza

Emile-Leray-1993
Marocco, 1933. Emile Leray, 43 anni, elettricista, stava viaggiando da solo a bordo di una Citroen 2CV preparata per affrontare il deserto. Aveva lasciato la città di Tan Tan e si stava avventurando nel Sahara. Dopo aver raggiunto un avamposto militare viene informato dalla Gendermeria reale che non può continuare oltre, a causa di nuovi sviluppi del conflitto tra il Marocco e il Sahara occidentale, nella zona al di là di Tilemsem. Lasciato con la possibilità di tornare a Tan Tan e con la richiesta di prendere un passeggero con lui il francese rifiuta invocando un problema di assicurazione che non gli permette di portare eventuali passeggeri. Riparte da solo guidando veloce nel deserto per essere sicuro di non venire seguito dai militari con l’idea di aggirare il posto di blocco e tornare in seguito sul sentiero originale. Dopo essersi avventurato fuori strada, su un terreno roccioso e accidentato, colpisce una ruota e spacca l’auto. Emile è bloccato in mezzo al nulla.
Al Sunday Times disse: Volevo fare fuori strada perché avevo viaggiato tutta l’Africa ormai 10 volte, quindi conoscevo bene la regione e, pertanto, non avrei avuto problemi. Ho deciso di farlo in una 2CV, perché, anche se non è 4×4, è robusta. In Africa la chiamano il “cammello d’acciaio”, perché va dappertutto – a condizione di guidare con delicatezza. Io, ovviamente, sono stato troppo brusco e l’ho rotta.
Non avrei potuto tornare indietro a piedi – era troppo lontano. Mi sono messo in ciò che si chiama modalità di sopravvivenza. Ho mangiato di meno, e ho controllato le mie provviste di acqua e di cibo per farli durare più a lungo possibile.
Un braccetto e l’asse della ruota erano rotti, e Emile capì che non avrebbe piu potuto guidare. Aveva cibo e acqua per durare lui una decina di giorni. Decise che la sua unica possibilità di sopravvivenza era quella di costruire un veicolo d’emergenza dai pezzi della sua scassata 2CV.
Tenuta da lavoro
Dopo aver attentamente considerato le barriere meccaniche da superare Emile iniziò a lavorare al suo nuovo potente mezzo di salvataggio la mattina seguente. Smantellò la macchina rimuovendo la scocca, che usò come riparo durante la notte e le tempeste di sabbia. Lavorava sotto il sole ustionante in maglietta, ma adattò dei calzini a mò di maniche.

Usò il fondo del telaio a cui attaccò la ruota anteriore con un sistema di sterzo, motore e cambio nel mezzo, e batteria, serbatoio, e vivande. La trasmissione funzionava per frizione tra un tamburo e la ruota posteriore, e questo lo obbligava ad usare solo la retromarcia.
Tutto questo con attrezzi elementari, senza trapani o saldatori.
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Alla fine, comunque, ce la fece. E con solo mezzo litro di acqua rimasta Emile iniziò la sua corsa per tornare alla civiltà.
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La strada non è stata facile, Emile veniva regolarmente sbalzato dal sedile, ma dopo una giornata di viaggio venne fermato dalla polizia marocchina che lo condusse al villaggio più vicino. Ma, per chiudere in bellezza l’avventura, gli fecero una gran multa perché i documenti di immatricolazione per la sua auto non corrispondevano più a quella a cui che era alla guida. 
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Emile ora ha 68 anni e ha conservato il potente mezzo come ricordo e monito della sua avventura.