venerdì 21 gennaio 2022

Quando la formazione è anche divertimento...

Aprire Linked-in e leggere in un post la soddisfazione dei propri clienti non ha prezzo...


Recentemente ho concluso un percorso formativo di quattro mesi in TFE Ingegneria nel quale ho guidato i responsabili aziendali nell'approfondimento delle dinamiche di gruppo per aiutarli a "fare squadra" con i loro collaboratori.

Anche in una realtà come TFE, dove c'è la massima attenzione alla progettualità e all'efficienza, non si può prescindere dal fattore umano con tutte le sua implicazioni; in particolare, considerando il gruppo un sistema probabilistico, i suoi risultati sono difficilmente prevedibili, per questo è necessaria una maggior attenzione e sensibilità per portare le squadre di lavoro a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Il cammino intrapreso con i responsabili di TFE è stato un bel viaggio alla scoperta delle dinamiche interpersonali che si osservano nella genesi e nello sviluppo dei team di lavoro che non ha disdegnato momenti di gioco e divertimento. 

Durante una sessione infatti uno di loro ha commentato scherzosamente: "Se qualcuno adesso entrasse in aula si farebbe delle serie domande sulla nostra professionalità..." e in effetti stavamo praticando una delle small techniques che utilizzo durante i miei corsi per far sperimentare con la metafora del gioco i contenuti e i vissuti che si incontrano poi nella realtà quotidiana.

Inoltre, al di là nella comunque necessaria lezione frontale, l'attività pratica (in particolare se è giocosa e con un pizzico di competitività) stimola l'emotività dei partecipanti e rinforza l'apprendimento dei contenuti in modo più efficace.

 

giovedì 14 ottobre 2021

Teambuilding "fluviale"

Oggi ho avuto l'occasione di accompagnare i membri del gruppo immobiliare Tetto Rosso a un'esperienza outdoor insolita: teambuilding "fluviale" al centro sportivo Canottieri Padova con un testimone d'eccezione ... il campione olimpico Rossano Galtarossa!

Dopo i necessari distanziamenti della pandemia, in cui lo smart-working o (nella maggior parte dei casi) il remote-working hanno inevitabilmente allontanato le persone, è venuto il momento di iniziare a ricostruire nelle nostre aziende un sano "stare insieme", fatto di coesione e collaborazione con una buona dose di divertimento. 

Se il lavoro agile può essere interessante dal punto di vista organizzativo per favorire la conciliazione tra dimensione privata e lavorativa, è anche vero che la mancanza di "convivenza" all'interno dello stesso ambiente lavorativo crea un vuoto relazionale che alla lunga può avere un costo salato da pagare.

Fortunatamente gli imprenditori con cui collaboro hanno una particolare sensibilità alle dinamiche relazionali delle loro squadre e quando si riesce a organizzare un'iniziativa simile, è facile lasciare un segno positivo e produttivo nel gruppo di lavoro.

Con la metafora del canottaggio è facile vivere sulla propria pelle valori importanti come sinergia, coesione, armonia nei tempi, direzione comune e molto altro...
I collaboratori del gruppo Tetto Rosso ricorderanno a lungo quest'esperienza formativa, da cui trarre energia e strategie per raggiungere nuovi obiettivi d'impresa.










martedì 15 giugno 2021

C.S.R. e dintorni...

La scorsa settimana, con un gruppo di aziende del territorio padovano, ho concluso il percorso formativo online su "CSR, SOCIAL BALANCE E CONSAPEVOLEZZA DEI LAVORATORI", ovvero sulla Responsabilità Sociale d'Impresa e sull'impatto positivo che essa può avere in ambito sociale e ambientale.

E' stato un vero piacere guidare gli imprenditori alla scoperta di tali dinamiche, perché le aziende non fanno solo utili ma portano una serie di benefici alla collettività che sarebbe bene ricordare.

Le aziende infatti, oltre che fornire un reddito alle famiglie dei dipendenti, concorrono alla crescita professionale dei loro lavoratori (apprendistati, formazione, crescita e sviluppo di carriera), creano opportunità relazionali, garantiscono sicurezza e salubrità degli ambienti di lavoro, rispettano l'ecosistema e la biodiversità contribuendo alla sostenibilità ambientale, favoriscono insomma una lunga serie di stakeholders.

A volte gli imprenditori non si rendono conto dell'importanza delle loro attività e i dipendenti sottovalutano la ricchezza di valore sociale delle imprese di cui fanno parte, ma oggi è possibile evidenziare questo valore attraverso il Social Balance e comprendere quanto il lavoro possa essere edificante per l'essere umano.

Un ringraziamento a Innova, Sitecna e Fraccaro per il vivace interesse e la simpatia manifestata in aula, lavorare con persone così per me è un vero piacere! 





venerdì 26 marzo 2021

Comunicazione... pilastro del Welfare

Questo pomeriggio ho avuto il piacere di partecipare come relatore al webinar di Innova sulla COMUNICAZIONE INTERNA nelle organizzazioni.

È stata una bella occasione di confrontarmi con dei professionisti che condividono il mio sogno di aiutare le aziende a migliorare le loro relazioni interne, ma soprattutto di entrare in contatto con persone che credono come me che non siano sufficienti le competenze tecniche per far funzionare un'organizzazione.

L'ottima partecipazione di imprenditori, inoltre, è indice di un interesse crescente verso questo tema, soprattutto in questo periodo storico in cui, a causa della pandemia, invece di fare semplice distanziamento fisico, abbiamo sperimentato un vero distanziamento sociale e (purtroppo) umano.

Spero che questa e altre iniziative che abbiamo in cantiere portino al più presto a ricostruire la fiducia negli altri e soprattutto alla voglia di tornare a comunicare nel pieno delle nostre possibilità senza le barriere costituite da distanziamenti, igienizzanti, mascherine e, soprattutto, paure! 

sabato 9 gennaio 2021

Quanti urlano... ma sono davvero tanti?

Condivido la riflessione di un famoso personaggio a proposito di certi stili comunicativi dei tempi odierni ...


"Tendiamo a stupirci di quanta gente voglia vaccinarsi. 

Questo avviene perché la nostra visione della gente è necessariamente distorta da quanto attirano l’attenzione quelli che fanno casino. Leggendo le opinioni sui social, sembrano tantissimi quelli che mettono in discussione, anche gratuitamente, qualsiasi regola e qualsiasi decisione più o meno democratica. 

Molte persone sono contrarie al fatto che questa nazione usi i soldi delle loro tasse per comprare delle armi. Magari preferirebbero che i soldi comuni venissero spesi in cose che riguardano il miglioramento effettivo della vita comune, la salvaguardia della salute, la lotta alla povertà, la cultura, eccetera. Ma proprio perché non amano le armi e la violenza, sarà difficile vederle in piazza a spaccare semafori

L’uso di espressioni violente, di frasi urlate, è tipico di chi ha una concezione violenta della realtà. I terrapiattisti, sono una manciata di disperati, eppure tutti sanno che esistono persone convinte per qualche strana ragione che la terra sia piatta. Non sono così tanti, alzano solo la voce. Nel campo, che definirò approssimativamente “dei virologi”, tra tanti, anche più importanti di lui, ha attirato l’attenzione Burioni perché ha usato espressioni irriguardose per alcune persone, non m’interessa qui chi ha ragione e chi ha torto. Crisanti era una persona defilata fin quando non ha sentito la necessità di rispondere alle bugie di Zaia, è il conflitto che attira l’attenzione, i contenuti c’entrano poco.

C’è persino gente disposta a giustificare l’atto di alcuni cretini che hanno causato scontri col risultato di alcuni morti in America. Eppure la ragionevolezza esiste anche in questo campo. Nel 2017 Arnold Schwarzenegger, che pure si è trovato nello stesso partito di Trump, ha invitato l’allora presidente a prendere le distanze dal pensiero nazista di una frangia di suoi sostenitori, a pensare che il presidente ha anche responsabilità di comportamento. Era un invito alla ragionevolezza, quasi amichevole. Ma ha fatto molto più scalpore la dichiarazione di De Niro che tagliava corto dicendo che Trump è una testa di cazzo. 

Il così detto negazionista che voleva attenzione per dire che il virus è un’invenzione, quando ha preso il virus ed è andato all’ospedale, ha fatto un appello scongiurando tutti di non fare come lui, ma di mettere la mascherina e rispettare le distanze; lo ha detto di nuovo alzando la voce, di nuovo pretendendo attenzione. I contenuti non c’entrano, ci sono persone che pretendono l’attenzione degli altri a prescindere.

Quando per strada due persone discutono alzando la voce molti corrono a guardare. Magari fanno un video col telefonino, non intervengono, non cercano di riappacificarli, non sanno nemmeno cosa stiano dicendo quei due; semplicemente si godono lo spettacolo dell’irrazionalità.

È in soldoni quel che accade quando la stampa si concentra su alcune cose che appaiono solo eclatanti ma prive di interesse reale.

E così siamo convinti che il mondo sia pieno di gente che urla, che delinque, che s’incazza, che sragiona. Pensiamo che il mondo sia pieno di gente che muore ma il mondo è soprattutto pieno di gente che vive. C’è una moltitudine di persone normali che non pretendono attenzione. Fanno la loro parte. Non perché siano pecore o vili o cagasotto. Semplicemente considerano che sia la cosa da fare in un determinato momento. Tutte queste persone diventano invisibili nel mondo della comunicazione in tempo reale, delle reti e dei social, travolte da una manciata di riflettori puntati su  quelli che amano perdere il proprio tempo ad alzare la voce." 

(da un post di Natalino Balasso)


venerdì 18 dicembre 2020

Impoverimento del linguaggio: le conseguenze

Un articolo su cui riflettere:


 "Il QI medio della popolazione mondiale, che dal dopoguerra agli anni '90 era aumentato, nell'ultimo ventennio è invece in diminuzione ...

È l’inversione dell’effetto Flynn.

Una delle cause potrebbe essere l'impoverimento del linguaggio.

Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l'impoverimento della lingua.

La graduale scomparsa dei tempi verbali dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente: incapace di proiezioni nel tempo.

La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di “colpi mortali” alla precisione e alla varietà dell'espressione.

Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni/elaborare un pensiero.

Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza derivi direttamente dall'incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole.

Senza parole, non c’è ragionamento.

Si sa che i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole.

Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici.

Facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Anche se sembra complicato. Soprattutto se è complicato.

Perché in questo sforzo c'è la libertà.”

[Da un articolo di Christophe Clavé]

venerdì 27 novembre 2020

Chi sa fa, chi no sa tasa!

    In questo periodo di pandemia, dove si avvicendano opinionisti di ogni tipo più o meno competenti e più o meno in buona fede, risulta quanto mai attuale questo vecchio detto veneto: "Chi sa fa, chi no sa tasa!".

    Sembra risalga ai tempi della Serenissima; si legge infatti che nel 1505 la Repubblica di Venezia abbia deciso di deviare il Brenta attraverso la Brentanova, canale che da Dolo porta l'acqua del fiume a Conche, dove si unisce al Bacchiglione. 



    Si scatenò quindi la fiera delle opinioni, ognuno voleva dire la sua. Allora la signoria vietò a chiunque, esclusi gli ingegneri addetti all'opera, «d'ingerirsi, scrivere o parlare di questa materia». 

    Ecco come venne giustificato il provvedimento: «La libertà di parlare intorno le arti – le quali talora non sono abbastanza intese nemmeno da coloro che le professano – promuove confusione e incertezza nei ministri preposti a tali operazioni: lo che tutto poi cade a pubblico pregiudizio». 

    Tale regola della Serenissima [chi sa fa, chi no sa tasa] se fosse applicata nei giorni odierni, farebbe chiudere internet ...

sabato 7 novembre 2020

La formazione dei più piccoli

In questo periodo, segnato da tutti i condizionamenti dovuti al Covid19 il pensiero va soprattutto al futuro perché è necessario riflettere anche sulle ripercussioni che avranno le scelte presenti.

Dentro a quest'atmosfera di incertezza e paura verso "l'untore” ci sono migliaia di occhietti e orecchiette che vedono, ascoltano e assorbono tutto ciò che facciamo. 

Sono dei bambini che forse dal punto di vista psicologico stanno avendo i danni maggiori e molto probabilmente questo momento storico non lo dimenticheranno mai. 

Ricordo la mia scuola, fatta di compagni di banco, di "studiare gomito a gomito", di diari da passarci e firmare, di palline di carta fatte con la saliva e di tutta la spensieratezza che tra una lezione e l’altra animava i nostri anni scolastici. 

Credo che gli insegnanti, oltre alla famiglia quest’anno avranno un compito molto difficile ... 

Mi auguro che il buon senso, prima di ogni norma o allarmismo, prevalga su tutto e soprattutto cerchiamo di educare i bambini al rispetto verso il prossimo e non alla paura!

venerdì 4 settembre 2020

Schiavitù mentale

In questi giorni ho letto questa frase...

 "Il vero schiavo difende il padrone, non lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede, ma quello che non è più capace di immaginarsi la libertà."

(Silvano Agosti - regista, filosofo, scrittore) 

... e inevitabilmente la mia mente è andata al "Mito della Caverna" dove Platone racconta allegoricamente il percorso conoscitivo del filosofo, il quale, nella sua ricerca della verità, si stacca dal mondo sensibile per raggiungere la Verità e il Bene, e ritornare quindi tra gli altri uomini per aiutarli ad andare oltre le apparenze. 



Oggi siamo tempestati di immagini su più fronti (TV, giornali, social network, ecc.) che ci presentano un'enorme varietà di informazioni più o meno veritiere. L'informazione dovrebbe essere più aderente possibile alla realtà, ma le narrazioni attuali più che chiarirci, ci confondono le idee.

Oggi più che mai c'è bisogno di liberarci dalle catene e andare oltre al muro per scoprire cosa sta dietro a ciò che vediamo in fondo alla caverna perché, bisogna ricordarlo, le notizie che leggiamo sono sempre filtrate dalla soggettività del cronista di turno.

La PNL (Programmazione Neuro-Linguistica) ci insegna che "la mappa non è il territorio", ovvero quello che percepiamo non è la realtà, ma un punto di vista soggettivo, quindi la realtà è un'altra cosa, ben più complessa.

E allora cosa fare? 

Oggi è fondamentale non fermarsi alle apparenze, tanto più se arrivano dai mass-media, e cercare di fare esperienze dirette, mettendo in moto la ragione, maturando una propria idea (aletheia) anziché abbracciare l'opinione (doxa) di qualcun'altro. Viceversa avremo sempre bisogno di qualcuno che "ne sappia più di noi" a cui affidare le nostre scelte. Se questa non è schiavitù mentale ... 

lunedì 2 settembre 2019

Sei licenziato!

“Sono l'uomo che va in un ristorante, si siede al tavolo e aspetta pazientemente, mentre il cameriere fa tutto, meno annotare la mia richiesta.
Sono l'uomo che entra in un negozio e aspetta zitto, mentre i commessi concludono le loro conversazioni private.
Sono l'uomo che entra da un benzinaio e non usa mai il clacson, ma aspetta pazientemente che l'impiegato finisca la lettura del suo giornale.
Sono l'uomo che spiega la sua disperata urgenza per un pezzo, ma non si lamenta di riceverlo dopo tre settimane di attesa.
Sono l'uomo che, quando entra in un centro commerciale, sembra chiedere un favore, implorare per un sorriso, sperando solo di essere notato.
Devi pensare che io sia una persona silenziosa, paziente, un tipo che non crea mai problemi... ma sbagli.
Sai chi sono? Sono il cliente che non torna mai più!
Mi diverto guardando milioni spesi ogni anno in annunci di ogni ordine, per portarmi di nuovo alla tua azienda. Quando sono andato lì per la prima volta, tutto quello che avresti dovuto fare era solo una piccola cosa, semplice ed economica: trattarmi con un po’ più di cortesia.
C’è solo un capo: il cliente. E può licenziare tutte le persone dell'azienda, del presidente al bidello, semplicemente portando i suoi soldi altrove”

                                                                                                                                Sam Walton (Walmart)

mercoledì 1 maggio 2019

Baby Gang: cresciuti in contesti di impunità.

La notizia della morte di Antonio Stano solleva in questi giorni una serie di interrogativi soprattutto in ambito educativo. L’uomo di 66 anni è deceduto dopo essere stato ripetutamente seviziato da una baby gang composta da 12 minorenni e 2 maggiorenni a Manduria (TA).
Su un articolo si legge:

Sulla questione si è espressa recentemente anche l'insegnante di una scuola elementare pugliese frequentata da alcuni degli indagati. Le sue parole sono state piuttosto dure: «Per carità la noia... Se ci fossero un cinema e un teatro a Manduria non esisterebbero le baby gang? Qui il problema è uno, ma costa ammetterlo: questi ragazzini vivono in un contesto di impunità fin da piccoli grazie a genitori pronti a difenderli sempre e comunque, pur davanti a evidenze vergognose».
[...]
Ha dunque proseguito: «Accusare una comunità è azzardato piuttosto concentriamoci su questi ragazzini sempre più sfrontati. Potrei elencare decine di episodi di cui sono stata protagonista io ma anche tanti miei colleghi, atteggiamenti genitoriali che hanno mortificato e tarpato la mia attitudine professionale. Mamme e papà che si sentono in diritto di inveirti contro perché hai osato rimproverare l’alunno. Le storie che ogni tanto si sentono sono vere: e passare dalla passione per l’insegnamento al lassismo da parte dell’istituzione scolastica per una sensazione di impotenza è purtroppo tutt’altro che difficile».

Oggi si parla spesso delle carenze della scuola italiana e del fatto che la qualità dell'insegnamento degli ultimi decenni sarebbe progressivamente calata. Discorso legittimi, urge tuttavia una riflessione sul ruolo genitoriale che spesso delega fin troppo l'educazione dei propri figli alla scuola con la quale tuttavia non collabora.
Anzi, una categoria di genitori, che da una parte scaricano interamente la responsabilità dei figli alle istituzioni, dall'altra ne contestano/combattono apertamente l'operato arrivando a minacciare gli insegnanti e i dirigenti scolastici.
Tale comportamento, deleterio per i ragazzi, è frutto di una grande ignoranza e pigrizia da parte di genitori che non si prendono la responsabilità di una sana educazione dei loro figli, ma preferiscono scaricarla a qualcun'altro. Di fronte agli scarsi risultati poi si sentono a posto con la coscienza e naturalmente danno la colpa agli altri perché non si rendono conto che l'imprinting iniziale e l'esempio continuo nella vita di tutti i giorni viene dato prima di tutto in famiglia da parte dei genitori.

venerdì 22 marzo 2019

Over 55 e obsolescenza delle competenze

L’aumento di lavoratori over 55 evidenzia la necessità di contrastare e, se possibile anticipare, i rischi dell’obsolescenza professionale, trasformando un “problema” in una risorsa per il sistema produttivo italiano
Condivido questo articolo di Mara Guarino


I trend demografici in atto costringono il mercato del lavoro a fare i conti con l’esigenza di interventi a sostegno dell’occupazione dei lavoratori over 55 che, complici l’aumento della longevità e il progressivo slittamento in avanti dell’età pensionabile, rappresentano una delle fasce d’età maggiormente in crescita in Italia sotto il profilo occupazionale. La forza lavoro invecchia, la durata media delle carriere professionali si allunga, mentre aumenta il numero di occupati italiani di età compresa tra i 55 e i 64 anni, pari a 569.287 nel 2000 e salito fino a 1.588.923 nel 2016: un dato quasi triplicato nel corso di un quindicennio che obbliga inevitabilmente a delle riflessioni.
Se un lato della medaglia è allora indubbiamente rappresentato dall'introduzione di misure mirate ad aumentare la flessibilità in uscita, dall’altra parte sembrano farsi sempre più urgenti strategie di job redesign utili a creare ambienti lavorativi più favorevoli agli occupati senior o al loro re-impiego. Strategie che non sottovalutino oltretutto l’importanza di offrire agli over 55 tutte gli strumenti necessari ad acquisire le skills, innanzitutto digitali, necessarie per restare al passo con la quarta rivoluzione industriale.
Una spinta alla digitalizzazione che offre importanti opportunità occupazionali, ma pone al tempo stesso questioni di non minor rilievo, prima fra tutte quella dell’obsolescenza delle competenze professionali. I dati dell’ultimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi mostrano come nelle imprese italiane la maggiore propensione alla digitalizzazione si sia effettivamente accompagnata a una maggiore creazione di posti di lavoro: in particolare, tra le cosidette “Digitali compiute” (alto capitale e alta digitalizzazione) e “Digitali incompiute” (capitale fisico medio-basso, basso capitale umano, alta digitalizzazione), un’impresa su due ha aumentato le posizioni lavorative di almeno il 3,5%, un valore superiore alla media complessiva e oltre cinque volte superiore a quello delle imprese non digitalizzate.
Come prevedibile, il traino è particolarmente forte per le professioni ICT ma, sebbene la digital transformation non abbia ancora “sconvolto” il mercato del lavoro in tutti i suoi settori (verosimilmente per l’ancora limitata permeabilità in alcuni ambiti), già si evidenzia, e non solo all'interno dei comparti ICT, un mismatch molto alto tra le competenze digitali e trasversali richieste e quelle effettivamente in possesso dei lavoratori.
In questo quadro, una particolare attenzione va riservata agli over 50: mediamente, il 40% della forza lavoro in Europa di quell'età non ha skills digitali, mentre il 14% non ne ha in misura adeguata. E, spesso, uno degli ostacoli maggiori alla fruizione digitale è oltretutto rappresentato dalla scarsa conoscenza della lingua inglese. Una risposta logica al problema risiede allora nella formazione: una soluzione apparentemente ovvia, ma in verità forse non così “scontata” se si pensa ai dati raccolti da IPSOS per Google, secondo cui nel biennio 2014-2016 solo il 14% dei lavoratori over 50 interessati dalla ricerca ha avuto la possibilità di fruire di attività formative in campo digitale.
Del resto, se il contesto produttivo è oggi tale da richiedere persino ai dipendenti più giovani un costante aggiornamento delle proprie conoscenze e capacità (anzi, l'attenzione nei confronti degli "over" ha forse in parte mascherato questo problema), la crescente presenza di lavoratori senior non può che rappresentare un’ulteriore spinta delle politiche attive per il lavoro, da una parte, verso modelli di formazione professionale continuativa on the job e, dall’altra, verso eventuali soluzioni di ricollocamento e riqualificazione realizzate a mezzo di formazione mirata e su misura. Il tutto senza sottovalutare il coinvolgimento attivo dei lavoratori stessi e la possibilità di instaurare un processo virtuoso di reverse mentoring, agevolando lo scambio di competenze non solo dai profili junior a quelli più senior, ma anche nella direzione opposta.

Mara Guarino, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 23/6/2018

giovedì 14 marzo 2019

Danni psicologici da social

Un video interessante che conferma quanto penso anch'io già da tempo...
In particolare mi sono convinto che a partire dai vecchi sms, per poi passare ai commenti dei social, ci sia stato un processo di progressiva riduzione della capacità linguistica di esprimere i propri pensieri.
Mi spiego, a scuola ci hanno insegnato l'analisi logica, grammaticale e del periodo; ora, tra i ragazzi avverto una difficoltà a produrre periodi con frasi principali e subordinate, anzi, a malapena si enuncia una frase, visto che si usa fin troppo abbondantemente l'emoticon.
Sembra sia diventato impossibile esprimere un pensiero complesso e per questo si comunichi sempre più a monosillabi...
La cosa mi lascia perplesso, ma gli effetti non sono ancora chiari e tanto meno eventuali rimedi.
Per il momento i comportamenti più saggi sono la prudenza e l'equilibrio nell'utilizzo dei social e dei moderni mezzi di comunicazione.

domenica 24 febbraio 2019

IKIGAI, la ragione di vita.

L'Ikigai (生き甲斐?) (iki-vivere, gai-ragione) è l'equivalente giapponese di espressioni italiane quali "ragione di vita", "ragion d'essere".

L'Ikigai per l'appunto è un termine che, nella cultura giapponese, indica quel qualcosa che conferisce senso alla nostra vita, quella cosa per cui vale la pena alzarsi dal letto la mattina, qualcosa che rende la propria vita significativa e anche utile agli altri.

L'Ikigai non deve essere per forza una qualcosa di grandioso, come portare la gente su Marte o eradicare il cancro dalla faccia della terra.
Essendo un concetto squisitamente personale, capita spesso che le persone sviluppino un proprio scopo partendo da ciò che è accaduto alla propria famiglia o agli amici.
Pensa, ad esempio, a tutte quelle associazioni di beneficenza che vengono fondate dopo la morte di una persona cara e che si impegnano nel sociale.

QUAL E' LA STRUTTURA DELL'IKIGAI? 

L'Ikigai è formato da quattro elementi:

  1. ciò che ami fare,
  2. ciò che sei bravo a fare,
  3. ciò per cui puoi essere pagato,
  4. e ciò di cui il mondo ha bisogno.
E' l'insieme di passione, vocazione, professione e missione.


  • Fare qualcosa senza passione, sebbene si è bravi a farla, si venga pagati e il mondo lo richiede, ci fa sentire confortati ma anche vuoti. E' il caso di quei lavori che disprezziamo, ma che siamo "obbligati" a fare per sopravvivere.
  • Fare qualcosa senza saperla fare veramente, sebbene la si ami, si venga pagati e il mondo lo richiede, ci eccita ma ci dà anche insicurezza perché sappiamo che è tutto precario e che potrebbe svanire da un momento all'altro.
  • Fare qualcosa senza essere pagati, sebbene la si ami, si è bravi a farla e il mondo lo richiede, ci dà gioia ma anche frustrazione. E' la frustrazione di chi sente di essere speciale e che là fuori qualcuno sta sfruttando le sue abilità. E' il caso degli stage e dei volontariati infiniti, dove la persona non viene retribuita come meriterebbe.
  • Fare qualcosa che il mondo non necessita, sebbene la si ami, si è bravi a farla e si venga pagati, dà soddisfazione, ma anche senso di inutilità. Rientrano in questa categoria tutte quelle persone che, per arricchirsi, sanno di dover mentire e danneggiare il prossimo (o l'ambiente).


AVERE UN IKIGAI FA BENE ANCHE AL SONNO

Infine, avere uno scopo, e quindi un buon motivo per alzarsi dal letto la mattina, migliora anche la qualità del sonno, secondo alcuni ricercatori dell'Università di Northwestern.
Jason Ong, uno degli autori, afferma che dare uno scopo nella vita alle persone potrebbe essere una strategia anti-farmaco per eliminare tutti quei disturbi del sonno che caratterizzano la nostra società.
E tu, hai trovato il tuo Ikigai? E se la risposta è sì, qual è e come sta cambiando la tua vita?

venerdì 8 febbraio 2019

Il viaggio dell'eroe

In questo periodo non si fa che parlare di Bohemian Rhapsody, il biopic (biographical picture) sulla storia dei Queen e del loro leader Freddie Mercury.

Naturalmente la critica si divide e tra i fan c'è una spaccatura tra chi ne è entusiasta e chi invece è totalmente deluso anche per il fatto che nel film sono contenute alcune incongruenze con la realtà dei fatti.
Ammetto di essere anch'io un fan dello storico gruppo inglese, pertanto il mio giudizio non è esente da un certo condizionamento, ma cercando di essere più oggettivo possibile posso dichiarare che la verità sta (come spesso accade) nel mezzo.
Vi spiego meglio: il protagonista del biopic è Freddie Mercury e, nonostante la sia vita sia stata veramente avventurosa (la sua provenienza orientale, le sue attitudini sessuali, la sua creatività, il successo, le controversie, ecc.), non può essere esattamente e fedelmente riproducibile come trama di un film (che peraltro avrebbe un epilogo abbastanza triste...).
Se gli autori avessero rispettato pedissequamente la verità storica non staremmo parlando di un film, ma di un puro documentario biografico (con tutte le noie del caso).
Nasce quindi l'esigenza di "romanzare" le vicende e raccordarle a quello che è chiamato in gergo cinematografico "il viaggio dell'eroe".
In pratica, nella creazione della sceneggiatura si adattano i fatti oggettivi realmente accaduti alle esigenze di questo "viaggio" al fine di trasmettere emozioni agli spettatori.
Ecco di cosa sto parlando...

Come si può osservare dalla figura, il percorso inizia con la chiamata all'avventura che corrisponde al momento in cui Freddie entra nella band e prosegue attraverso l'incontro col mentore, in questo caso l'amante Mary Austin.
Fin qui tutto bene, ma poi si attraversa la soglia del conosciuto e, come sempre, quando si supera la zona di comfort, iniziano i problemi...
Pertanto, nel cuore del primo atto, si incontrano le prime difficoltà ricche di prove e fallimenti che, tuttavia, portano alla crescita del protagonista e allo sviluppo di nuove qualità. Nel film infatti i Queen stanno macinando successi sempre maggiori, ma con problematiche altrettanto complicate tra cui i rapporti con le case discografiche, il cambio di stile di vita verso il classico Sex, Drugs & Rock'n'Roll, i tour, e altri fatti che fanno da sfondo alla vicenda personale di Freddie che deve fare i conti con la sia identità sessuale.
Verso la fine del primo atto, si tocca però il punto centrale del film in cui avviene la cosiddetta morte e rinascita, ossia il momento di svolta dell'intera narrazione. In questo caso nascono una serie di problemi con gli stakeholders della band e tra i membri stessi dei Queen che attraversano un periodo di "pausa artistica", mentre nel frattempo aumenta dissidio personal e affettivo del protagonista che culmina con la scoperta della malattia.
La conclusione del primo atto è drammatica e fa riflettere su diversi aspetti psicologici e sociali non di poco conto.
Il secondo atto inizia invece con la rivelazione, ossia Freddie viene a conoscere la vera identità delle persone che aveva intorno e inizia un percorso di trasformazione attraverso il quale rimette insieme i cocci delle relazioni più vere, quella con i membri della band e quella con Mary, da cui non si è mai staccato veramente.
Entrando nel terzo atto, si assiste finalmente alla redenzione e al ritorno della situazione ottimale (salvo la malattia che in questo caso passa in secondo piano per ovvie ragioni di ... lieto fine)  con la splendida e indimenticabile performance sul palco del Live Aid.
Detto ciò si spiega come la regia abbia dovuto manipolare qualche fatto storico per esigenze di trama che altrimenti non avrebbe emozionato come richiede un film di queste proporzioni.
Da parte mia il giudizio è quindi molto positivo  perché grazie all'organizzazione degli eventi narrati è garantito il climax che porta a gustare in modo entusiasmante il gran finale sul palco. Inoltre gli attori sono stati scelti in modo impeccabile (alcuni praticamente sono dei sosia) e l'interpretazione di Malek è stata di altissimo livello.
Su tutto questo c'è inoltre la garanzia di Brian May e Roger Taylor che hanno supervisionato la realizzazione del biopic e quindi da fan di vecchia data mi allineo a considerare quest'opera un buon prodotto.


mercoledì 30 gennaio 2019

Attenti a quei due!

Sapete chi sono questi due? Quello a destra è Primo Carnera, uno che da ragazzino mendicava per le strade di Sequals e fu costretto in totale povertà ad emigrare in Francia per trovare fortuna. Sette anni dopo conquista il titolo mondiale dei pesi massimi al Madison Square Garden di New York.
Quello a sinistra invece è Luigi Del Bianco, nato in nave mentre i suoi genitori stavano tornando a Meduno dagli Stati Uniti, un paesino montano del Friuli confinante con Sequals. A 11 anni Del Bianco va in Austria a fare l'apprendista scalpellino, all'età di 16 emigra a New York e inizia a fare il tagliapietre. Allo scoppio della Prima Guerra mondiale torna in Italia a combattere da volontario, per poi tornare in America a riprendere il lavoro che aveva lasciato. Dopo una serie di eventi, nel 1933 diventa capo-scultore del Monte Rushmore con la paga di $ 0,90 all'ora, troppo poco, quindi due anni dopo si licenzia. I lavori però non possono andare avanti senza di lui, quindi lo riassumono in qualità di capo-cantiere al doppio della cifra (che per la Depressione era molto). I leggendari occhi dei Presidenti di quel monumento, li ha eseguiti lui in persona.
Meduno e Sequals, sperduti in una Provincia che non esiste nemmeno più, insieme non raggiungo i 3800 abitanti. Perché dico queste cose? Perché è da questi personaggi che dobbiamo ripartire. Finiamola con le paure, la crisi i "non posso". All'epoca questi due non hanno prenotato i voli su Skyscanner e installato Skype alle loro mamme prima di partire. E allora, prima di lamentarvi della vostra situazione, chiedetevi perché state ancora lì con le mani in mano. Non stupitevi se non realizzate i vostri sogni rimanendo a dormire e soprattutto non deridete chi vedete correre per raggiungerli, perché molto probabilmente finirete con il lavorare per loro.

venerdì 4 gennaio 2019

Star bene da soli

La solitudine può essere una tremenda condanna o una meravigliosa conquista. (Bernardo Bertolucci)

Star bene da soli è una delle più grandi conquiste della vita. Ci sono diverse tipologie di solitudine: quella voluta, quella indotta e poi, la peggiore, quella ricorrente nonostante la presenza di qualcuno nella propria vita. Ci si sente veramente soli quando si ha accanto qualcuno che non dà importanza alla nostra persona.

Nella routine quotidiana ciascuno ha i propri spazi vuoti e proprio in questi spazi vuoti trovano dimora le nostre paure, le nostre incertezze e i nostri dolori. E' per questo che si tendiamo a riempire i nostri spazi vuoti, con persone, situazioni, interessi e molto altro. Di tutto pur di non sentire ancora e ancora quel dolore. La sofferenza mentale è spesso paralizzante, perché ci tocca proprio nella parte più intima di noi. Affonda lentamente dentro noi stessi ancorando le proprie radici saldamente e – a tratti – ci impedisce di respirare.

Corrono come se avessero il fuoco sotto il sedere in cerca di qualcosa che non si trova. Si tratta fondamentalmente della paura di affrontare se stessi, si tratta fondamentalmente della paura di essere soli. (Charles Bukowski)

Chi rifugge la solitudine è generalmente una persona che soffre e quando una persona prova una morsa lancinante allo stomaco farebbe qualsiasi cosa per avere uno spiraglio di luce. Rimanere da soli con se stessi fa paura, perché costringe ad avere a che fare con le proprie paure, quelle più nascoste, quelle che cerchiamo ogni giorno di soffocare dentro noi stessi.

La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo. (Giacomo Leopardi)

Una persona che riesce a stare bene da sola è una persona che ha imparato a conoscersi e, soprattutto, ad accettarsi. Ha imparato ad affrontare i propri fantasmi del passato, a volersi bene anche senza una persona accanto. Occorre parecchia forza per riuscire ad amare la propria solitudine. Solo una persona che ha veramente toccato il fondo è in grado poi di assaporare veramente la solitudine, e quando la solitudine è diventata una compagnia fedele anziché una nemica si inizia a dare valore al proprio tempo. Non ci si circonda più di false presenze. Non si scende più a compromessi con se stessi. Non ci si rassegna ad una presenza altalenante che ci fa comunque sentire soli.

Pensavo che la cosa peggiore nella vita fosse restare solo. No, non lo è. Ho scoperto invece che la cosa peggiore nella vita è quella di finire con persone che ti fanno sentire veramente solo. (Robin Williams)

sabato 22 dicembre 2018

Colossi che si credevano intramontabili (6)

Pan Am


La Pan American World Airways, nata nel 1927 come servizio di idrovolanti, è entrata in breve tempo nella lista delle maggiori compagnie aeree Usa. È stata la prima a fare largo uso di aerei a reazione e la prima a dotarsi di Boeing 747 e la prima, alla fine degli anni ’60, ad introdurre un sistema computerizzato per la gestione e la prenotazione dei voli. Pochi anni dopo, complice la crisi energetica, Pan Am ha cominciato ad accusare colpi che è riuscita ad ammortizzare sempre peggio, confrontata con il crescente numero di concorrenti. Il dirottamento del volo Pan Am 73 (1986) e l’attentato sul volo Pan Am 103 (1988) hanno contribuito al tramonto dell’azienda, avvenuto nel 1991. Close

lunedì 5 novembre 2018

Colossi che si credevano intramontabili (5)

Kodak


La Eastman Kodak Company, più nota con il nome di Kodak, esiste ancora. Nata nel 1888 ha legato il proprio nome alla fotografia, grazie alle macchine fotografiche, alle pellicole e agli strumenti per lo sviluppo delle foto. Nel 2012 è entrata in amministrazione controllata, ad un passo dal fallimento, uscendone a fine 2013 dopo avere fatto a meno di apparecchi e pellicole, affidandone la produzione in licenza ad aziende terze. Oggi è concentrata sui sistemi di stampa industriali, sensori per display touch e diversi prodotti chimici. Non è più la Kodak che entrava nelle nostre case grazie a rullini e fotografie.